5 ERRORI COMUNI NELLA FOTOGRAFIA DI VIAGGIO

5 ERRORI COMUNI NELLA FOTOGRAFIA DI VIAGGIO

Nessuno è immune dagli errori, ma occorre conoscerli e riconoscerli per poterli evitare. 

Questi sono spunti ed appunti annotati nel corso di diversi anni di pratica e passione fotografica, basati anche sulle fotografie che si vedono in giro (incluse le mie, anzi soprattutto quelle!).
Tornando da un viaggio, durante l’editing delle mie fotografie, mi è capitato tante volte di riscontrare questi errori nelle foto che avevo scattato. Si tratta per lo più di comportamenti errati nella fase di scatto. Un po’ alla volta ho imparato a riconoscere questi errori e a limitarli. Visto che i viaggi continuano e che non si finisce mai di imparare, non è detto che l’elenco sia completo…

1. Foto dal finestrino, in movimento

Capita spesso che, dopo lunghe ore di viaggio, non si resista al desiderio di scattare. E allora si punta l’obiettivo fuori dal finestrino alla ricerca di qualcosa da fotografare.
Per esperienza, questo è un approccio che, salvo particolarissime eccezioni, porta a delle immagini che nel 99% dei casi finiranno nel cestino. Si potrebbe subito pensare che le ragioni di ciò siano tutte di natura tecnica: in effetti con il mezzo in movimento otterremo quasi sempre immagini mosse, non nitide, di difficile lettura. Spesso però il vero problema sarà la mancanza di prossimità con ciò che stiamo cercando di fotografare. La barriera del finestrino ci separa da ciò che sta fuori e questa oltre ad essere un ostacolo fisico è anche un limite di natura concettuale. Una immagine fatta dal finestrino (sempre salvo rarissime e particolarissime eccezioni) comunica distacco, chiusura, mancanza di coinvolgimento con l’ambiente circostante, paura di mettersi in gioco.
Allora si deve sempre evitare di scattare dal finestrino ? No. Purché lo si faccia con questa consapevolezza (scatti di prova, controllo dell’attrezzatura…) senza aspettarsi nulla da ciò.

2. Ritratti (rubati) col tele da lontano

[Nota: ovviamente qui non si parla di fotografia naturalistica, per quanto essa possa essere correlata con la fotografia di viaggio; è scontato che per fotografare gli animali il tele è uno strumento quasi indispensabile, ma qui si parla di ritratti di persone].
Non è un difetto grave, questo va detto subito. Qualche ritratto fatto da lontano, usando il tele ci può anche stare. Un viso interessante in una manifestazione (a cui non ci si può avvicinare), una situazione di pericolo, un evento con cui non si può interferire mettendosi in mezzo : sono solo alcuni dei casi in cui si è quasi obbligati ad usare il tele per ottenere dei ritratti. Tuttavia in questo caso l’immagine lascerà certamente percepire questa sensazione di distacco, di lontananza con il soggetto ( e qui potrei citare, per la miliardesima volta, quell’aforisma attibuito a Robert Capa, secondo cui “se le tue fotografie non sono abbastanza belle vuol dire che non eri abbastanza vicino” ma non lo faccio, perché dovrei affrontare il discorso in merito al concetto di una prossimità non solo spaziale ma anche emotiva eccetera… oops!). Oltretutto in molti casi questo è un modo eticamente poco corretto di rappresentare le persone, percé si cattura la loro immagine senza che queste se ne accorgano. Se si scattano questo tipo di foto deve essere evidente il motivo per cui lo si fa: impossibile avvicinarsi, pericoloso…. eccetera.
Il ritratto, poi, è un genere a sé che si presta bene a comporre un racconto di viaggio (anche se spesso ci si trova a combatte contro il tempo e ciò non aiuta); occorre infatti tenere presente tutta una serie di circostanze proprie di questo genere fotografico che è molto più complesso di quanto si pensi: empatia col soggetto, attenzione all’illuminazione, cura dei dettagli sono solo alcuni degli elementi chiave con cui occorre avere grande dimestichezza.

3. Persone in posa che sorridono

Tutti, io per primo, siamo incappati in questo errore, che sa più che altro di ingenuità.
Si tratta di decidere cosa si vuole comunicare con le immagini che scattiamo. Le “foto-ricordo”, che tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo scattato ai nostri compagni di viaggio, hanno una loro precisa dignità, una esatta collocazione ed una precisa intenzione, per cui non vanno affatto demonizzate.
Tuttavia, se l’intento è quello di raccogliere delle immagini che documentino e raccontino la vita delle persone le loro azioni e le loro abitudini, è bene che il fotografo riesca a rendersi quanto più invisibile per non interferire col contesto, pur restandovi immerso e non avulso da esso. A chi le osserva, le immagini di persone che guardano verso l’obiettivo o che addirittura stanno in posa sorridendo, comunicano, al contrario, che in quel momento il fotografo era proprio lì, come un intruso, interferendo con l’azione anziché documentarla.

4. Eccesso di bambini

I bambini hanno sempre un fascino particolare e spesso si fanno fotografare volentieri. Specialmente nei paesi “esotici” i bambini si mostrano all’obiettivo, coinvolgono il fotografo e ci giocano in maniera molto divertente per tutti. Anche qui occorre avere il senso del limite e la sensibilità del contesto.
In questi casi infatti l’aspetto emotivo e giocoso prende il sopravvento sulla lucidità fotografica. Anche nelle situazioni di disagio si vedono in giro fin troppo spesso lavori fotografici che hanno per protagonisti i bambini. Campagne pubblicitarie, divulgazioni fotografiche di livello mediocre ci hanno abituato a far quasi coincidere l’emozione del viaggio con ritratti di bambini (tristi, felici, che giocano, che piangono…) Lasciando da parte gli aspetti prettamente legali di tutto ciò (che possono essere anche molto pesanti), in questi casi si mettono in campo le leve emozionali di chi osserva le foto, che, in modo decisamente poco corretto, è portato a commuoversi in maniera inconscia e quasi automatica. Questo meccanismo talvolta offusca la capacità di discernere e di valutare correttamente le immagini proposte le quali rischiano sovente di non contenere nulla di (fotograficamente) rilevante se non il faccino sorridente o la lacrimuccia.

5. Gente di schiena

La Fotografia è qualcosa di troppo complesso per poterla schematizzare in regole universali e quindi tutte le indicazioni vanno considerate sempre nel loro contesto. Una di queste è appunto la questione delle persone fotografate di schiena: non si può dire che ciò sia sempre e assolutamente vietato, ma certamente in molti casi la presenza di troppe schiene (soprattutto laddove si potrebbero evitare) produce una senzazione sgradevole in chi osserva le fotografie: distacco, ingenuità, timore. Sensazione che risulta amplificata quando alla ripresa di schiena si aggiunge la distanza eccessiva dal soggetto. Si può pensare di utilizzare positivamente questo approccio come espediente qualora si voglia preservare l’identità della persona ritratta evitando cioè di mostrarne il volto, ma purtroppo la fotografia perderà certamente qualcosa; ovviamente questo non dovrà essere un alibi per giustificare la propria timidezza fotografica. Va certamente evitato quando impedisce all’osservatore di comprendere il contesto dello scatto e dell’azione rappresentata.