4 FREQUENTI BANALITA’ SULLA STREET PHOTOGRAPHY

4 FREQUENTI BANALITA’ SULLA STREET PHOTOGRAPHY

La street photography è certamente il genere fotografico che più di tutti sfugge a qualsiasi rigida classificazione,  spesso ridotta e banalizzata ad una serie di regole e ricette ad uso di “vulgata editio”.


Invece non si tratta affatto di un genere “facile” e chiunque abbia un po’ di esperienza e di cultura fotografica lo sa bene : occorre tempo, pazienza, passione, capacità di vedere “fotograficamente” e di interagire rapidamente con la macchina fotografica (qualunque essa sia), con l’ambiente, con la luce e con tutto quello che succede di fronte al fotografo.
Storicamente la street photography ha radici che si confondono con quelle del fotogiornalismo; ad esempio basta scorrere l’elenco dei fotografi Magnum per trovare moltissimi illustri street photographers.
Oggi però il mondo è cambiato e non si può fare riferimento alla street photography nello stesso modo di 30 anni fa. La street photography contemporanea è rappresentata molto bene, per esempio, da inPublic.

Ecco dunque alcune delle più frequenti banalità più o meno esplicitamente diffuse (in rete e non solo).

 1. Per fare street photography basta andare a scattare foto per strada.

Questo è l’approccio più letterale, e ovviamente superficiale. Non è sbagliato, ma è solo un primo passo e si deve andare ben oltre. Diversamente, sarebbe come dire che per diventare professore basta andare a scuola. Nel senso di moto a luogo. Non è possibile definire in un paio di righe che cosa sia la street photography, né, men che meno, come si fa. Certamente andare pre strada non basta. Anche perché, nonostante il nome, la street photography non necessariamente ha come contesto la strada.  Si dice “strada” per dire “ovunque”, per denotare un approccio orientato alla ricerca della spontaneità nell’ambiente che ci circonda.

2. La street photography si fa in bianco e nero (e su pellicola)

Quando si parla di street photography si pensa spesso all’età dell’oro (anzi… dell’argento!)  della fotografia, popolata prevalentemente da autori che scattavano in bianco e nero, in formato 35mm. Per chi oggi si cimenta in questo complesso genere fotografico l’imposizione di utilizzare il linguaggio del bianco e nero appare invece come una coercizione. Ciascuno è libero di esprimersi nella forma che ritiene più congeniale alla propria personalità e al contesto in cui opera, bianco e nero o colore, analogico o digitale, fotocamera o fotofonino (purché sia padrone e consapevole dei limiti di tali scelte).
L’uso forzato del bianco e nero nasconde spesso un tentativo di confezionare in una forma più accattivante delle immagini che invece mancano di creatività, di contenuto, di azione;  immagini che grazie al loro sapore vintage scimmiottano ed imitano quelle dei grandi autori del Novecento senza tuttavia avere con esse nulla in comune.

3. La street photography si identifica con il lavoro di Henri Cartier Bresson.

Gli ultimi reportages di Cartier Bresson risalgono agli anni ’70 eppure, dopo tutto questo, tempo ancora oggi si guarda ad “AccaCiBì” con un eccesso di deferenza e insieme di superficialità citandolo (spesso a sproposito) quando si parla di street photography e prendendolo talvolta come unico modello di riferimento.
Il lavoro di questo grande maestro non può affatto essere trascurato (come non può essere trascurato lo studio di tutti gli altri personaggi che hanno fatto la  storia della Fotografia) ma ogni autore deve essere preso in considerazione coerentemente al contesto storico e culturale in cui opera.
Oggi, ridurre la street photography al solo HCB  è un’analisi limitata e superficiale che non tiene conto degli ultimi 50 anni di fotografia né tanto meno è consapevole dello scenario odierno. Anche perché una delle innegabili funzioni storiche della fotografia è proprio quella di documentare e mostrare la contempopraneità.

4. Ci devono per forza essere delle persone

Una delle più diffuse e fuorvianti convinzioni di chi si proclama fotografo di strada è che fare street photography significhi essenzialmente scattare immagini in faccia alle persone, vincendo la propria timidezza e magari contando sulla reazione spontanea di chi si trova inaspettatamente una fotocamera davanti. Il fotografo anziché rendersi invisibile cacciatore di attimi diviene quindi spesso un elemento di disturbo, perturbando gli equilibri che invece dovrebbe scorgere e registrare rimanendo invisibile. E’ un modo di porsi tipico del fotografo egocentrico.
Quello che invece spesso viene trascurato è la ricerca della cosiddetta “latenza umana”, ovvero delle tracce che rimandano ad un passaggio, un’azione o a una presenza (non rappresentata nella fotografia) di esseri umani: tracce che estendono la narrazione dell’attimo fotografico oltre i limiti dell’immagine.